Tullio Carere Comes

 

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Il principio dialogico-dialettico

 

 

 

 

1. Il principio dialettico

Il principio fondamentale della dialettica è che una cosa è ciò che è solo per contrasto con ciò che non è. Possiamo conoscere le cose solo contrastandole con ciò che non sono. Non è possibile concepire il giorno senza la notte, il maschio senza la femmina, il padre senza il figlio, il bene senza il male, la parola senza il silenzio, l’oggetto senza il soggetto, il finito senza l'infinito. E nemmeno il gatto senza il non-gatto: l’essenza del gatto è l’insieme delle sue caratteristiche necessarie e sufficienti per distinguerlo da ciò che gatto non è. Di qui la stretta parentela tra dialettica e fenomenologia, che si occupa dell’essenza delle cose. I due approcci operano congiuntamente nella descrizione dei fattori di cura. Per esempio, l’esistenza umana si sviluppa dalla condizione neonatale, in cui l’ambiente risponde e si adatta in modo ottimale alle esigenze del bambino, alla vita adulta, in cui è l’essere umano a doversi adattare alle condizioni esterne.  Il fattore materno corrisponde al tipo di cura in cui prevalgono i modi dell’accettazione incondizionata, della comprensione e della rassicurazione, mentre nel fattore paterno prevalgono i modi del confrontare, incoraggiare, mettere di fronte alla realtà. Entrambi i fattori sono necessari, nella giusta combinazione, per una crescita psicologica sana. La dialettica tra accettazione e confronto si ritrova in misura maggiore o minore in ogni relazione di cura. L’altra polarità fondamentale è tra Sapere e Non sapere, cui corrispondono i fattori del Controllo e dell’Abbandono. La necessità di una giusta dialettica tra questi fattori risulta dal fatto che un eccesso di volontà di conoscenza o di controllo stimola l’illusione di ipercontrollo razionale, mentre un eccesso di abbandono favorisce il sentimentalismo e ogni forma di irrazionalismo. Queste due polarità basilari sono rappresentate graficamente come due assi ortogonali nel Modello a quattro verticihttp://www.cyberpsych.org/dia/ricerca/modello.htm  .

Il pensiero dialettico è un pensiero negativo, in quanto nega qualsiasi reificazione (sostanzializzazione, oggettivazione, onto-teologizzazione) dell’esperienza. È un pensiero liberatorio, in quanto libera da qualsiasi dogma, schema o concetto in cui il soggetto sia rimasto impigliato o intrappolato, rivelando l’insostanzialità (l’impermanenza, direbbero i buddisti) di ogni cosa. Una cosa ha senso solo in relazione alle altre e, estendendo la rete, con la totalità del reale (un padre si definisce solo nella relazione con la madre, con il figlio, con il proprio padre, con tutta la famiglia, e attraverso “sei gradi di separazione” con tutto il genere umano). Il pensiero dialettico smaschera l’errore logico implicito nel considerare le cose come se avessero un’esistenza separata, benché lo studio di un fenomeno isolato possa avere ricadute di notevole importanza pratica, come nelle scienze empiriche e nelle tecniche derivate da queste. In effetti la scienza sperimentale sembrerebbe operare in direzione opposta al pensiero dialettico: mentre questo punta a mostrare che le cose hanno senso solo nella relazione con il tutto di cui sono parte, il pensiero della scienza empirica, come formulato da Galileo e poi divenuto dominante nella scienza contemporanea, punta a scomporre i fenomeni in parti sempre più piccole, per poi ricomporli sommando le parti precedentemente isolate. Dal punto di vista dialettico questo metodo è fallace, perché l’insieme non coincide con la somma delle parti. Tuttavia, la fallacia consiste solo nel credere che il metodo delle scienze empiriche sia superiore a ogni altro al fine di conoscere la realtà: credenza molto diffusa nel mondo contemporaneo, dominato dal mito della scienza. Dal punto di vista dialettico la scienza empirica va benissimo, fintanto che si limita a studiare ciò che è di sua competenza, cioè l’ambito dei fenomeni ripetibili e misurabili, quindi studiabili con procedimenti matematico-statistici. Viceversa la scienza diventa scientismo quando si arroga una posizione di supremazia rispetto ai diversi approcci di conoscenza della realtà. Per esempio in campo psicoterapeutico l’approccio empirico può essere utile se permette di stabilire che una certa procedura ha un certo grado di efficacia nella cura di un certo disturbo. Ma questo approccio da potenzialmente utile diventa dannoso se pretende che la psicoterapia debba basarsi su (e non semplicemente giovarsi di) questo tipo di evidenze, dal momento che per le persone concrete in psicoterapia i disturbi hanno significati molto diversi a seconda delle personalità, delle situazioni e dei contesti, e le procedure hanno a loro volta effetti molto diversi a seconda del significato ad esse attribuito dal paziente nei diversi contesti.

 

2. Il principio dialogico

Il principio dialogico consiste nella rinuncia a qualsiasi posizione teorica o ideologica preconcetta, sia essa assunta per motivi di scuola, di fede o di appartenenza istituzionale, nella prospettiva del confronto senza pregiudizi con posizioni diverse. A rigore, quindi, lo stesso metodo dialettico deve essere messo in sospeso o in gioco nel dialogo con visioni del mondo non dialettiche. In un certo senso il dialogo è il livello più alto della dialettica, quello in cui la dialettica stessa viene messa in contrasto con posizioni o letture non dialettiche della realtà. Questo passaggio è specialmente necessario nel momento in cui la dialettica si erge a sistema o a modello totalizzante di descrizione della realtà (o, peggio ancora, a criterio di giustificazione di una realtà data): in altre parole si trasforma in ideologia, tradendo in tal modo la sua fondamentale ispirazione. Più che una teoria, la dialettica è una pratica, una forma di ascesi, un cammino di liberazione. Ma se questa teoria o pratica si erge a metodo universale, esclusivo o comunque superiore a ogni altro metodo o cammino, smette per ciò stesso di essere dialettica banalizzandosi a ideologia, una delle tante ideologie che competono per la supremazia nell’arena culturale.

Poiché questa degenerazione del metodo dialettico non è un fenomeno raro (lo stesso Hegel non ne era immune), la combinazione della dialettica con il dialogo, a formare il principio dialogico-dialettico, può essere un buon antidoto. Quanto la dialettica è dura, tanto il dialogo è morbido. La dialettica rischia di diventare martellante, la negazione di ogni assunto o posizione può farsi ossessiva. Il dialogo è più calmo e accogliente, non nega a oltranza, soprattutto evita di porsi sistematicamente in conflitto con ogni sorta di ideologie, dogmi o credenze. La negazione è piuttosto rivolta a tutto ciò che nel proprio modo di osservare e di porsi in relazione resiste alla messa in discussione e si erge a valore indiscutibile. Il dialogante è soprattutto attento a tutto ciò che, trave o pagliuzza, oscura la propria visione, piuttosto che quella altrui. Ma persino con se stessi il dialogo è più accogliente, evita di essere troppo esigente nel rischiaramento delle proprie zone d’ombra o nella messa in discussione a oltranza di quelle certezze che, per quanto illusorie, sono necessarie al mantenimento di un equilibrio che non è prudente destabilizzare troppo radicalmente o troppo presto. Si dialoga anche con il proprio bisogno di certezze, nemmeno a se stessi si impongono salti nel vuoto prematuri o comunque insostenibili.

Alla lettera, dialogos significa il logos che si manifesta tra (dià) due o più persone che creano lo spazio per la sua manifestazione, nella misura in cui rinunciano ad affermare le rispettive certezze. Il dialogo quindi è reso possibile dalla fede nel logos, la parola autentica che emerge dal silenzio, o la logica del processo che si sviluppa per forza propria quando si rinuncia a preordinarne il corso. Logos significa, a seconda del contesto, parola, discorso, processo: la manifestazione verbale o non verbale di una potenza che agisce nel silenzio, nel non-fare, nello spazio che si apre quando i parlanti o gli agenti rinunciano a saturarlo con le rispettive convinzioni (teorie, ideologie, credi). La fede nel logos corrisponde alla fede filosofica di Jaspers, alla fede in O di Bion e i generale alla fede laica nella possibilità del dialogo, della comunicazione, della crescita personale, della cura di sé che si apre grazie alla rinuncia a qualsiasi dogma, rivelazione, appartenenza istituzionale, mito (incluso, in special modo, il mito tecnico-scientifico che domina il mondo contemporaneo). La fede laica è costitutiva dello spirito laico (http://cyberpsych.org/dia/laboratori.htm ) nel momento in cui supera la fase immatura, razionalistica del laicismo.

 

3. Lo spirito laico

La Dià ha origine dai Seminari dello spirito laico del 2003 (http://www.psychomedia.it/pm/human/philos/carere.htm ). La spiritualità laica, che rinuncia a qualsiasi fondazione dogmatica, rivelativa o istituzionale, trova il suo fondamento non nella ragione, ma nella coscienza. Per accedere all’esperienza spirituale, la coscienza ordinaria deve sottoporsi a un lavoro di rischiaramento rispetto a tutto ciò che la oscura e la condiziona. In questo processo di decondizionamento, la coscienza si libera via via di ogni oggetto o immagine con cui si è identificata. Più precisamente, oggetti e immagini non sono cancellati: la liberazione riguarda solo l’illusione che esistano come tali, indipendentemente dalla rete di relazioni in cui sono inseriti – l’illusione che un oggetto esista senza il soggetto che lo pone, che un io possa esistere senza un tu, il male senza il bene, e così via.

In un’accezione più ristretta, la parola spirito si riferisce a una categoria particolare di coppie di opposti: finito-infinito, fenomeno-noumeno, tempo-eterno, visibile-invisibile, misurabile-immenso, parola-silenzio, e simili. Alcuni autori (1) chiamano trinitario il movimento che unisce l’infinito al finito, o il silenzio alla parola (il padre e il figlio, nel simbolismo cristiano): il terzo elemento, lo spirito, unifica i primi due (ne rivela l’identità come coincidentia oppositorum) pur mantenendone la differenza. Lo spirito è il movimento che unifica senza cancellare la differenza. In questo senso, ogni movimento dialettico può essere detto spirituale, ma in modo più specifico o ristretto la parola spirito indica la relazione che unisce, senza confonderli, il finito e l’infinito. L’essenza spirituale dell’uomo – quel nucleo in cui l’uomo è più essenzialmente se stesso – corrisponde al suo essere insieme finito e infinito, unico e universale, immanente e trascendente (io sono me stesso in tutte e al di là di tutte le mie manifestazioni). Nella dialettica trinitaria l’uomo perviene alla sua realizzazione o liberazione in quanto – o nella misura in cui – si riappropria di sé (vale a dire, recupera ciò che di sé ha rimosso, scisso o reificato) nello stesso movimento in cui si distacca da sé (il distacco o Abgeschiedenheit di Meister Eckhart, che permette “al padre di generare eternamente il figlio”, alla parola vera di essere generata dal silenzio, all’uomo liberato di vedere in ogni perdita o mancanza un nuovo inizio). È il “perdersi per ritrovarsi” che in modi e toni diversi è indicato in tutte le tradizioni spirituali come la via regia alla conoscenza o realizzazione di sé.

L’essenza spirituale può essere descritta come un centro rispetto al quale il singolo individuo può trovarsi più o meno in sintonia, una situazione corrispondente all’esperienza soggettiva di essere più o meno “centrati”. La centratura è la condizione in cui si è pienamente partecipi e nello stesso tempo completamente distaccati, quella che gli stoici chiamavano la “saggezza dell’attore”: come un buon attore si cala completamente nei panni del suo personaggio, senza per questo perdere la percezione della distanza che separa la persona dal personaggio, così il filosofo si cala nella vita partecipando pienamente a tutte le sue vicende senza esserne condizionato (nella cultura indiana il fiore di loto simboleggia analogamente il vivere nel fango senza infangarsi). Rispetto a un bisogno elementare come è quello di alimentarsi, l’equilibrio consiste nella piena accettazione del fatto che per vivere abbiamo bisogno di giuste quantità di cibo sano e variato, combinata con la capacità di digiunare anche fino alle estreme conseguenze, nel caso il cibo ci fosse concesso solo al prezzo di azioni che riteniamo disonorevoli. In generale, la libertà spirituale consiste da un lato nel non sottrarsi alle condizioni della propria vita, quali che siano, e dall’altro nel non  permettere che le condizioni diventino condizionamenti (o nel decondizionarsi da qualsiasi condizionamento). Essere se stessi significa trovare il proprio centro e stabilire in esso la propria dimora. Questo è il fine che orienta tutte le attività dell’Associazione Dialogico-Dialettica, dai laboratori ai seminari, dalla terapia alla ricerca.

Panikkar (La dimora della saggezza, Mondadori 2005) ritiene che la relazione trinitaria sia qualcosa di diverso dalla relazione dialettica. La sua convinzione tuttavia si basa su una definizione molto ristretta di dialettica, a sua volta sostenuta, credo, dal suo bisogno di non apparire troppo eretico, a causa della sua scelta di essere e restare un prete cattolico. Vannini (Il volto del Dio nascosto, Mondadori, 1999; Mistica e filosofia, Piemme, 1996) invece, che non sembra avere di queste preoccupazioni, chiama trinitaria la dialettica del finito e dell’infinito descrivendola sostanzialmente con le stesse parole di Panikkar e ricollegandola come lui al pensiero dei grandi mistici, ma mostrandone inoltre senza difficoltà la natura essenzialmente dialettica.

 

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