Tullio Carere Comes

 

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La trilogia

 

2005

 

 

Nel decennio compreso tra il 1989 e il 1998 ho scritto tre testi che compendiano le ricerche svolte in quel periodo. Sono tre variazioni sullo stesso tema: l’esistenza e la descrivibilità di una struttura fondamentale in ogni relazione di cura, indipendentemente dalla convinzione teorica del curante. L’osservazione di fattori comuni a ogni psicoterapia è stata fatta ripetutamente da molti autori a partire dagli anni Trenta del secolo scorso. Il mio tentativo è stato quello di ricondurre questi fattori alla struttura di base del campo terapeutico descritta con il modello a quattro vertici. Il primo testo è Il nuovo sciamano (1990), che riassume le riflessioni e le ricerche del decennio precedente, abbozzando ma non ancora descrivendo compiutamente la struttura quadrangolare del campo. La cristallizzazione del modello avviene nel testo Elementi di psicoterapia integrata, scritto nel 1993 e rivisto nel 1998 con il titolo Il campo della psicoterapia. Infine del 1997 è il testo Paura, in cui le stesse tematiche sono sviluppate con un taglio più divulgativo (alcune parti del primo testo sono riprese nel secondo e nel terzo).

In questi testi il tema è stato affrontato da tre prospettive diverse: non sistematica, sistematica e colloquiale. L’esplorazione approfondita ha rivelato tanto i punti di forza quanto i limiti della tesi di fondo (l’esistenza e descrivibilità del fenomeno in questione). La forza consiste nel fatto che l’esame condotto a lungo e da diverse angolature ha confermato la “robustezza” del fenomeno, passato indenne e anzi arricchito da diversi anni di confronti in diversi contesti, anche fortemente critici. Il primo limite incontrato è stato quello della polarizzazione del campo psicoterapeutico, sempre più diviso alla svolta del secolo tra i fautori del “modello medico” (secondo il quale disturbi specifici debbono essere diagnosticati e curati con procedure specifiche empiricamente supportate) e “modello processuale” (in cui è privilegiato il processo che si sviluppa nel dialogo tra paziente e terapeuta, e in cui ogni interazione terapeutica prende significato dal contesto relazionale in cui avviene). Poiché la struttura intrinseca del campo si rende tanto più evidente quanto più il terapeuta rinuncia a condizionarne lo sviluppo con il proprio apparato teorico-tecnico, è intuibile che questo avvenga soprattutto nella prospettiva processuale, in cui si privilegia il dialogo, e meno o molto meno in quella medica, in cui si privilegia l’applicazione di procedure efficaci.

Il fatto che un terreno comune si renda evidente soprattutto nella prospettiva processuale non significa peraltro che io mi collochi da una parte del “great divide”, guardando all’altra come a qualcosa di sbagliato o contrario allo spirito della psicoterapia (come invece spesso avviene tra i sostenitori dell’una o dell’altra parte). In passato questo è in qualche misura avvenuto, ma il dibattito che si è sviluppato in questi ultimi anni, soprattutto intorno al 1° Congresso SEPI-Italia del 2002 (v. Dibattito pre- e post-congressuale) mi ha convinto che ogni tentativo della parte “medica” di prevalere su quella “umanistica” (o viceversa) non porta ad altro che a esasperare gli animi e approfondire il fossato tra le due parti. Credo piuttosto che ormai, salvo una minoranza di estremisti, la gran parte dei terapeuti si collochi in qualche punto intermedio della linea che congiunge il polo medico-procedurale a quello processuale, con una prevalenza dell’uno o dell’altro a seconda delle preferenze e del temperamento.

In questo nuovo scenario gli obiettivi della ricerca sono cambiati. Si tratta da un lato di riconoscere e studiare più profondamente la dialettica interna al campo psicoterapeutico allargato (cioè la dialettica procedurale-processuale), tema centrale del 2° Congresso SEPI-Italia (2006). Dall’altro lato non posso più limitarmi, come nel decennio precedente, all’analisi fenomenologica: che è necessaria, ma non sufficiente. Anche supponendo che uno studioso abbia praticato la più rigorosa delle epoché, il suo occhio non sarà mai quello di Dio: la sua descrizione sarà inevitabilmente condizionata dal suo punto di vista, che è storicamente, culturalmente e psicologicamente situato. Il limite della mia analisi è quello di ogni analisi fenomenologica: indispensabile per studiare i fatti della coscienza, inadeguato se l’obiettivo è stabilire l’oggettività di un fenomeno. La ricerca fenomenologica è necessaria per lo studio degli aspetti qualitativi della realtà, mentre la ricerca empirica è insostituibile per gli aspetti quantitativi. E poiché la psicoterapia ha a che fare con dati sia soggettivi che oggettivi, sia qualitativi che quantitativi, i due tipi di ricerca debbono integrarsi. Certamente nella prospettiva medica l’interesse a determinare l’efficacia oggettiva di una procedura è prevalente,  e quindi la ricerca empirica non può non avere il ruolo principale. Inversamente nella prospettiva processuale, in cui conta soprattutto determinare il significato attribuito contestualmente a ogni evento relazionale, è la ricerca fenomenologica ad avere la prevalenza. Ma in entrambi i casi se un tipo di ricerca è prevalente, l’altro non deve mancare.

Tradizionalmente, tuttavia, i terapeuti di orientamento processuale (che vuol dire, sostanzialmente, psicoanalitico) si sono limitati alla ricerca di tipo qualitativo, e non hanno messo a punto metodiche appropriate di ricerca quantitativa. Quando l’hanno fatto, spesso hanno applicato le metodiche standard della ricerca empirica, che non sono idonee all’oggetto di studio. Il secondo obiettivo che si impone in questa fase, dunque (oltre allo studio della dialettica procedurale-processuale) è la messa a punto di un metodo di ricerca empirica adatto allo studio del processo: un metodo che superi le difficoltà inerenti ai metodi standard della ricerca empirica, di derivazione comportamentista. La descrizione sommaria degli obiettivi attuali permette di inquadrare la ricerca compiuta con la trilogia in un orizzonte più vasto: all’interno di questo orizzonte, gli scritti della trilogia esplorano fenomenologicamente la struttura del processo terapeutico, ponendo la base per gli sviluppi successivi.

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